Poesie e racconti

Un angolo caldo e accogliente, col tepore che solo la poesia e i racconti sanno dare.
Benvenuti a tutti.

Castegnero

Molto spesso resto incantato,
Dalla bellezza che fin da piccolo mi ha abbagliato..
Un paese dove posso dire “son fiero”,
Di abitare qui a Castegnero.
Partendo dalla fontana,
Che fu un lavatoio in epoca romana.
Ora quasi un’ispirazione per gli abitanti,
Che creano eventi entusiasmanti.
Dalla chiesa di San Giorgio che è Patrono,
Che spicca da lontano come un re seduto sul Trono.
Alle innumerevoli piante di ciliegio,
Che per gli abitanti è più di un pregio.
Dei Berici è veramente una perla,
Dal monte fino a Villaganzerla.
All’associazione Amp ci vorrebbe una medaglia,
Quando cucinano con amore l’amata quaglia.
Non si può scordare i nostri alpini,
Sempre disponibili al servizio dei cittadini.
Ti sentirai come a casa tua con la Pro Loco,
Perché per farti sentire bene ci basta poco.
Ti accoglieremo alla marcia delle castagne,
Tra i nostri colli e le nostre campagne.
Con la sagra dea siaresa,
Tra prodotti locali farai un bel po’ di spesa.
Percorriamo assieme questo sentiero,
E benvenuto qui a Castegnero.

Umberto Miotto
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No me par vero…

No me pare gnanca vero
de essare tornà a Castagnero…
gero vegnù a far du passi so on sentiero
e no che me trovo a la sena del Mistero!

Gnente pomari, gnente cacari…
qua, la xente, la fa ben altri afari.
I vende quintai de siarese tonde e bee
che le pare on sesto pièn de caramee.

Ma… ghìo visto el monte in primavera
on tantìn prima che riva sera?
E ghìo provà a magnare on bocòn
sentài comodi davanti a on balcòn?

File de visee, olivi, albari de Giuda
che sensa, la tera, la saria nuda…
e po’, stampà là sora, la grota mur
la someja tuta a ‘na boca spalancà.

Me piase imaginare la nebia quando la cala
cossita fissa da scondare le case soto ‘n’ala
ma sol pì bèo che tuto pare sia morto e finìo
basta ‘na tirà de vento che tuto torna indrìo.

Mi credèa ch’el Rovare fusse ‘na pianta
e invesse, l’è on posto ch’el te incanta!
Credime!…tuta ‘sta magnificensa
no la gà gnanca Vicensa!

Dai, pasiensa se a magnare
ghemo oncora da scomissiare
faxemo istesso on plauso a la Proloco
che la gai da durare par on bel toco!

Tommasino Giaretta

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Le streghe di Castegnero

Nelle cupe giornate d’autunno inoltrato, le prime ombre della sera subentravano precoci alla fredda luce quando la nebbia, stagnante da giorni sulla pianura, decideva di salire furtiva inerpicandosi sui pendii e avviluppando le colline che si occultavano all’improvviso. Approfittavano proprio della nebbia per tornare ai giochi puerili d’un tempo quando allora erano ancora dei piccoli Monti Berici e si divertivano a nascondino, a rincorrersi a perdifiato fino ad arrivare a far visita ai vicini cugini Colli Euganei con l’avvertenza di cancellarsi, almeno per un po’, dalla carta geografica.

Giuliano era saltato giù, sulla punta dei piedi, dall’ultimo ulivo. Si era calcato in testa il berretto di panno e aveva inarcato sulla schiena il sacco di iuta gonfio per quasi la metà di olive. Era soddisfatto di quanto era riuscito a mettere assieme quel pomeriggio passando in rassegna un intero uliveto già mondato. Non era quello il suo perditempo preferito. Anch’egli amava giocare con i suoi coetanei a nascondino, a mosca cieca, a rincorrersi, ma quella cerca la faceva volentieri, pur spinto da necessità. Ai primi di giugno, finita la scuola, andava scalzo nei campi di stoppie tenendo la fronte bassa a spigolare qua e là le spighe di frumento rimaste orfane dei covoni. A novembre guadagnava quota, salendo e trasferendosi da un terrazzamento all’altro. Zigzagava lento tra gli ulivi con il naso all’insù, attento a scorgere anche la più piccola delle olive rimasta al riparo dietro un ciuffo di foglie argentee. Con la raccolta di spighe e di olive metteva da parte, in granaio, una scorta minima di frumento e olio garantendo una sorta di vitalizio alla madre vedova.

Quel pomeriggio, Giuliano aveva indugiato oltre nella certosina ricerca di olive. La sera era calata improvvisa. Quando, al momento di avviarsi, si era accorto dell’ora sopravanzata, si era scoperto intrappolato dalla nebbia che aveva cancellato l’oro della sera nel pieno dell’autunno. Era divenuto prigioniero di un ambiente inaspettatamente ostile, pensare che fino a qualche minuto prima lo aveva generosamente ospitato in grembo. Era straordinariamente bello, anche se lontano, il tempo in cui amava soffermarsi, le mani in tasca e le gambe divaricate, a raccogliere i sussurri degli uccelli migratori portati dal vento o numerare sulle dita gli alberi di Giuda che ad ogni primavera macchiavano di sangue il verde degli ulivi e l’immacolato candore dei ciliegi in fiore. Adesso, un gelido biancore gli aveva pennellato il volto su cui era profondamente impressa la cerulea sfumatura della paura.

Così umida e densa non l’aveva mai vista la nebbia. Non era soffice e lattiginosa come quando ricopriva con un candido lenzuolo la sottostante pianura, ma grigiastra, in stretta simbiosi alle volute di fumo che uscivano dalle feritoie annerite dei camini che, allineati sui tetti, facevano da sentinelle alla chiesa e al campanile.
Giuliano si era guardato attorno più volte, indeciso in quale direzione muoversi. Tutto gli appariva sconosciuto, nulla aveva di familiare nonostante conoscesse a memoria ogni viottolo, ogni casa, ogni orto, ogni fazzoletto di terra, che fosse coltivato o governato direttamente da madre natura.
Gli era lievitata dentro una gran voglia di tornare a casa, ma, ogni tentativo di imboccare il sentiero giusto, lo aveva portato nel fitto del bosco costringendolo con un rapido dietrofront al punto di partenza.
I filari d’ulivo si allungavano all’infinito, incatenati, come detenuti in fila indiana, dai filamenti che i ragni avevano già intessuto da un ramo all’altro sbarrando i viottoli con le loro trappole di seta. Perfino il tronco più esile, anche se non particolarmente contorto, assumeva le sembianze di un demone con le braccia scheletrite che additavano il cielo protese a una stretta mortale.

Non era facile districarsi nella ragnatela di sentieri che sembravano aggrovigliarsi mossi dai fili di un abile burattinaio o che nella migliore delle ipotesi dovevano essere stati tracciati da un provetto architetto animato dal desiderio di cimentarsi nella creazione di un labirinto vegetale da dove si riusciva a venirne fuori soltanto di giorno, facendo riferimento in cielo alla parabola del tiepido sole.

Giuliano, di colpo, aveva avvertito tutt’intorno un assordante silenzio, a lui sconosciuto. Fino a qualche minuto prima gli aveva fatto da compagnia il perpetuo canticchiare di un pettirosso che sembrava quasi chiedergli in carità un’oliva bella matura per cena, prima di ritirarsi e coricarsi al sicuro, protetto nel folto di un cespuglio di biancospino. Anche il picchio, che ostinatamente si era dato tanto da fare tutto il pomeriggio, aveva smesso di perlustrare e di picchiettare tra le venature più profonde delle cortecce. Si era rintanato ben pasciuto nella cavità di un tronco di un vecchio rovere, prossimo alla quiescenza, che aveva preso in affitto da un allocco chiudendo l’oblò con un ciuffo di muschio fresco, raccolto nel sottobosco, all’ultimo momento, per meglio mimetizzare la dimora localizzata poco sotto la biforcazione.

La nebbia aveva innalzato quattro alte mura intonacate di bianco dentro le quali Giuliano riusciva a camminare a piccoli passi senza neppure scorgere uno spicchio di cielo. Suo malgrado, dopo un affannoso girovagare, si era ritrovato al cospetto della nuda parete rocciosa in prossimità della Grotta murata. Il luogo gli era sufficientemente e al tempo stesso maledettamente noto. Non gli era stato concesso di approntare un sospiro di sollievo. Anziché tranquillizzarsi, si era trovato catapultato nei meandri più reconditi della sua mente.
Che la Grotta murata fosse nottetempo frequentata da gente poco raccomandabile, che fungesse da un inviolato covo di briganti, ma ancor più, che fosse popolata da spiriti maligni, gliel’aveva detto non un qualunque contastorie capace di ubriacare la mente dei bambini, ma il parroco in persona, in vena di confidenze, un sabato pomeriggio, mentre Giuliano stava inginocchiato scomodo sul freddo scalino in pietra del confessionale al momento di ricevere la penitenza per i suoi miseri peccati di gioventù.

Giuliano era rimasto immobile, senza domande, senza voce, senza quasi respirare, ad immaginare, come gli aveva descritto il parroco, la misteriosa, stretta, contorta, profonda gola che si apriva nella parte più interna della grotta e che si inabissava nelle viscere rocciose come una sorta di camino vulcanico. Poteva succedere che di notte si spalancasse all’improvviso e fuoriuscisse una lunga lingua di fuoco che da tempo aveva annerito la volta e le pareti.
Il progetto di innalzare un muro, era stato architettato per chiudere la porta ai demoni che di notte salivano dall’inferno andando a predare le anime perdute. Ma la muratura della grotta, non fu portata a termine allora, né dopo. Quel manipolo di sventurati parrocchiani improvvisatisi muratori, offertisi un certo qual giorno di erigere gratuitamente un muro in pietra all’imboccatura della grotta, non avevano fatto più ritorno alle loro case. Al sopraggiungere della sera, dalla gola, era fuoriuscito un vortice di fumo e di fuoco che mulinando li aveva rapiti e inghiottiti senza lasciare di loro traccia alcuna.

Pur memore di tutto ciò, Giuliano aveva convenuto che avrebbe fatto rientro a casa con le prime luci del mattino. Si era rintanato in una piccola conca, poco lontano dalla grotta, approntando un giaciglio di fortuna. Aveva ammassando sul fondo delle foglie su cui aveva steso il sacco di iuta con le olive che fungevano da cuscino e intrecciato sopra di sé una coperta con dei rami di nocciolo. Era attento, vigile a cogliere ogni minimo rumore, ma in quel gran silenzio non riusciva a prendere sonno. Non poteva. Anche il fugace fruscio di un battito d’ali era bastato a tenerlo desto. Doveva trattarsi dell’allocco, con i suoi occhi neri dentro i due grandi dischi facciali, a transitargli vicino, alla ricerca di un nuovo posatoio.

Improvvisamente, Giuliano sentì gelare il sangue nelle vene. All’apice di una bava filante di luce rossastra, aveva visto materializzarsi una sagoma alta, esile e scura. Brandiva un tizzone acceso nel mentre era uscita allo scoperto dalla grotta. Non camminava, fluttuava lievemente, avvolta in una leggera tunica nera che terminava in un lungo strascico. Al suo passaggio fasciava gli alberi spogliando i rami delle foglie apicali. Come un’ape laboriosa, aveva impollinato delle fiammelle a terra che a intervalli regolari l’una dall’altra segnavano al centro il tracciato del sentiero che si snodava al di sotto della sua postazione. Ogni tremula fiammella si innalzava fredda da un incavo a forma di croce situato nella roccia che faceva da basamento al sentiero in parte acciottolato.
Quella visione sembrava uscire da un racconto fantastico. Era completamente diversa dalla realtà. In quel momento, perfino la Grotta murata, la cui presenza si perdeva nella notte dei tempi, sembrava irreale, sospesa su una linea immaginaria che separava terra e cielo.
La nebbia si era diradata appena, quanto bastava per lasciare filtrare un argenteo raggio lunare. Giuliano lasciò errare lo sguardo oltre intravvedendo delle ombre che salivano dal fondo del camminamento. Procedevano ingobbite, lentamente, in religiosa processione. Appena oltrepassate, le fiammelle si spegnevano una ad una lasciando sprofondare il bosco in un buio pesto. Non era la Grotta murata la loro meta, ma un altro sito, poco lontano.

Nessuno ricorda in quale anno fosse iniziato quell’inconsueto, misterioso assembramento. Si sa soltanto che l’ultimo giorno d’ottobre, le vecchie zitelle del circondario si davano appuntamento in piena notte raggiungendo e chiudendosi in simposio nella chiesetta di pertinenza di Villa Sermondi.

Vi si arriva da ogni punto cardinale, solcando e incrociando un dedalo di tortuosi sentieri. Il più frequentato sale dalla pieve di Castegnero e, tra una diramazione e l’altra, con una digressione in leggera discesa conduce alla Valletta di Sant’Antonio dove si apre una piccola radura. Poco lontano, tra la vegetazione, si nota un anfratto della roccia dove, in una nicchia, c’era una statua del Santo.
Giungevano da Mossano, Barbarano, Bosco di Nanto, dalla direzione opposta, anche da Casale, dopo ore di cammino. Era uno strano pellegrinaggio, senza preti, senza chierichetti, senza crocifisso, senza invocazioni, senza preghiere, senza rosari e giaculatorie.

Era il raduno delle streghe. Per quel motivo la chiesetta fu sconsacrata, sprangata, abbandonata, flagellata negli anni dalla grandine che ha scorticato fregi, bersagliata dai fulmini che hanno amputato statue rovinate a terra sul sagrato. Nessuno ha voluto più avvicinarsi, tantomeno metterci piede. E’ già molto accennare, quasi di nascosto, un segno di croce frettoloso per darsi coraggio e raccomandarsi l’anima a Dio.

Chi ancor oggi transita sul sentiero e si sofferma nelle immediate vicinanze della chiesetta, ode provenire dal di dentro un caotico e baldanzoso conciliabolo di donne. Sghignazzano, sciamano rumorosamente da un angolo all’altro, fanno girotondi intorno all’altare, oscurano i vetri di Murano assemblati a mosaico, pronunciano formule orripilanti, preparano strane ricette mischiando erbe e tuberi, elencano nomi e cognomi di persone del luogo e di paesi vicini destinati in breve tempo all’oltretomba.

Qua, a Castegnero, accadono fatti e si raccontano storie che possono incutere timore e sorprendere, anche se più di tanto non dovrebbero. Nelle notti senza luna, affacciati a un balcone, puntando lo sguardo verso il ripido crinale dove è incastonata la Grotta murata, capita di scorgere dei fuochi fatui di colore verdastro sfumare nel purpureo che proiettano ombre contro le pareti rocciose. Delle sagome informi si dileguano sghembe, dilatando nelle varie direzioni, nello spazio privo della linea dell’orizzonte con l’aria invasa da grida e richiami.
Si racconta, che una volta l’anno, le streghe della zona si riuniscono in convegno nella chiesetta salendo vocianti dalla Valletta di Sant’Antonio.
Un tempo, in quei giorni, la statua lignea del Santo scompariva dalla nicchia per riapparire dopo qualche giorno. Quella piccola statua, oggi non c’è più. Giuliano sostiene di essere stato testimone oculare, quella notte di fine ottobre, quando la statua fu portata in processione dalle streghe nella Grotta murata e gettata nella gola segreta. Destinata, forse, a rimanere là per sempre.

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